12 novembre 2010
Le tasse si pagano sui costi (a proposito di capitalismo familiare e frodi carosello)
Dire che “le tasse si pagano sui costi” non e’ una battuta sull’irap, ma una condizione della nostra imprenditoria familiare , quando supera la dimensione dell’autonomo (dove in ultima analisi le tasse si pagano “sul lavoro”, in base al vecchio teorema ”che t’alzi a fà la mattina”, ma questa è un ‘altra storia).
Parliamo infatti di gruppi sociali “aziende”, con capannoni, dipendenti, macchinari, tutte caratteristiche che non si possono negare. Siamo nella “terra di mezzo”, dei padroncini con 10-100 milioni di euro di volume d’affari. Dove già scatta la visibilità amministrativa della ricchezza attraverso le amministrazioni delle aziende, dove la realtà trova un riflesso nella contabilità. Perchè non posso fingere di non avere cento dipendenti, un capannone , i macchinari e tutto l’ambaradam organizzativo. Insomma, l’organizzazione c’è, e la contabilità la segue , mentre è semplicemente demenziale immaginare una contabilità dove si organizza solo il lavoro del titolare (pagliacciata pura!!).
Anche dove la contabilità esiste, perchè ce ne è organizzativamente bisogno, può essere scavalcata per alcuni aspetti. Perchè una azienda non è “tutta rigida” o “tutta flessibile”, ma ha aree di flessibilità (nel piccolo supermercato nessuno ruba, ma la domenica mattina il proprietario apre a quelli del mercatino, coi soldi in bocca, e si creano le differenze inventariali!).
I costi palesi però vanno coperti coi ricavi,e poi ci si ferma. Bisognerebbe fare una indagine su campioni di imprese medie a proprietà gestione familiare per vedere probabilmente una media di ricavi che coprono i costi e poi si fermano. Resto mancia, cioè il supero diventa nero, quando si può.
Il problema è che far emergere i ricavi si porta dietro l’IVA. Tutto bene fino a che ci sono clienti per cui l’IVA è detraibile, perchè si fanno emergere proprio quei ricavi lì, si coprono i costi e gli altri black….Ma dove il cliente finale, direttamente o indirettamente, è un privato, l’IVA diventa un costo. Certo, sui libri, anche i miei, ci sono scritte tante belle frasi sulla rivalsa, la neutralità dell’IVA e compagnia cantante, ma il consumatore finale guarda il prezzo dei pantaloni o del telefonino.
Per lui l’IVA è un costo, e per il fornitore sono soldi che entrano e vanno allo stato ( è un caso di “cuneo fiscale” a proposito fatevi due risate qui al minuto 3.21 di questo filmato http://www.youtube.com/watch?v=mDyykdJfDxU&feature=fvsr ).
Le frodi carosello, le false dichiarazioni di intenti, servono tutte a far saltare l’IVA , facendo arrivare il bene al consumo finale praticamente detassato. In quest’ottica vogliamo discutere, in un convegno che si terrà al teatro manzoni di Roma, il 24 novembre 2010 alle nove (crediti per i dottori commercialisti) sulla possibilità di contrastare le frodi carosello non solo per natura di bene, ma anche come soglia di rilevanza dell’acquisto.
Rendendo “non imponibili” le grandi forniture, dove potrebbero esserci fenomeni di questo tipo, e mantenendo la detrazione invece per gli acquisti individuali, dove ci sarebbe il rischio di acquisti privati camuffati da acquisti aziendali, per sgravarli dell’IVA. Vogliamo capire in quale misura si possano combinare questi due criteri per evitare una concorrenza sleale sui prezzi da parte di chi riesce in questo modo a ”detassare” i prodotti venduti.
E’ una proposta che abbiamo già lanciato su Dialoghi (Mario Damiani e Raffaello Lupi , La combinazione tra “detrazione” e “non imputabilità” come strategia antifrode IVA, Dialoghi Tributari N. 2/2010): sono idee che vanno raffinate sotto il profilo aziendalistico organizzativo, incrociando le procedure di controllo delle aziende con quelle degli enti di controllo, forse anche di altri paesi comunitari.
E’ un incrocio tra la tassazione attraverso le aziende e quella attraverso gli uffici, che deve inserirsi sulla prima. Interverranno Damiani, Lupi, Santacroce, Giorgi, oltre ad esponenti dell’Agenzia … secondo il solito sistema del confronto, più che della solita passerella di relazioni.


Scritto il 12-11-2010 alle ore 17:27
io non ho ancora capito cosa pesano questi particolari fenomeni (altamente dannosi) in valore assoluto sul totale dell’evasione. Infatti, un conto è dire che esitono un altro conto è capire quanto incidono
Scritto il 13-11-2010 alle ore 09:47
Mauro…bisognerebbe fare una analisi della provenienza dei famosi 120 miliardi di imposte evase! Chi sono falegnami e salumieri? Padroncini? capitalismo familiare? Società quotate? Guardate qui un pò di inferno della ricchezza palese….
http://www.dagospia.com:80/rubrica-4/business/articolo-20214.htm
Non c’è nessuna riflessione seria sulla provenienza dell’evasione fiscale, il massimo è il libro di alessandro Santoro..io ho solo due mani….
Scritto il 13-11-2010 alle ore 13:36
“Bisognerebbe fare una indagine su campioni di imprese medie a proprietà gestione familiare per vedere probabilmente una media di ricavi che coprono i costi e poi si fermano”
Magari(!) i ricavi coprissero i costi…i profili di “antieconomicità” sono evidenti ma…poi leggo “autorevoli” sofisti (la stampa “specializzata” ne è piena…) che “consigliano” (con “pezzi” mascherati da “approfondimenti”…) come “giustificare” l’antieconomicità sollevata dagli Uffici…
E’ tutto così molto “complicato” prof…
Scritto il 13-11-2010 alle ore 20:46
…occorrerebbe previamente studiare il tessuto economico produttivo diversificato per aree geografiche. Si potrebbe mettere così in risalto il collegamento fra tipo di evasione e tipo di attività e quanto questa da un punto di vista quantitativo incide sul totale. Chiaro che il fisco deve essere giusto perseguendo chiunque evada ma a livello strategico e di gestione risorse non può sottovalutare queste indagini previe. In paesi poi come l’Italia ove le diversificazioni territoriali sono molto marcate, almeno sotto il profilo teorico, si potrebbe anche immaginare azioni di contrasto diversificate (vuoi sul piano legislativo ma soprattutto su quello amministrativo ed operativo). E’ strano che questo profilo sia stato poco indagato ma mi sembra basilare…Una banale considerazione di chiusura: si taglia corto, tal volta, dicendo che in inghilterra, francia, germania, ecc. si evade di meno grazie al maggior senso civico…ma guardate il loro tessuto economico fatto di vere e proprie grandi imprese…il nostro è l’esatto contrario…
Scritto il 14-11-2010 alle ore 09:07
Le vostre riflessioni, che condivido, mi convincono sempre più che il supporto alla determinazione della ricchezza ai fini tributari è giuridico, non avvocatesco….La parte di diritto che va fusa con economia e gestione aziendale è quella dei giuristi, piccola minoranza, non degli azzeccagarbugli che popolano l’italia
Scritto il 14-11-2010 alle ore 12:34
Mi permetto di inserirmi in questo cortese blog per dire che le tematiche che Mauro giustamente pone di “inteligence” e analisi del rischio di evasione, anche su base territoriale, a me sembrano ben presenti alla Agenzia delle Entrate, nei suoi massimi organi (..certo si può sempre migliorare ….)- Per rendersi conto, è sufficinete leggere il documento di programmazione dei controlli ivi allegato (la cui lettura mi sembra offrire molti spunti interessanti)
http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/wcm/connect/ff3c1500426e058ebc00bfc065cef0e8/circ.+n.+20E+del+16+aprile+2010.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=ff3c1500426e058ebc00bfc065cef0e8
Certo, ad oggi, non disponiamo ancora di statitistiche quantititive dettagliate, ma gli strumenti di analisi qualitativa del rischio di evasione (quali quelli elaborati dal prof Lupi) credo ci cosentano, anche senza il supporto di conferme numeriche precise, di intuire sin da ora, con ragionevole proabilità di successo, dove si annida la magriore evasione, al fine di indirizzare i controlli.
Se poi uno ne volesse necessariamente apprezzarne e studiarne una dimensione qunatitiva “scremata per categorie di contribuebnti ed attività e regioni” i dati, credo, non mancherebbero (http://www.repubblica.it/economia/2010/11/11/news/fisco_contribuenti-9010880/?ref=HREC1-9
http://www.finanze.gov.it/studi_stat_new/index.htm )
…..per rendersi conto dove si annida il grande buco nero della fiscalità italiana (al di là degli slogan dove si dice che in Itala di tasse se ne pagano troppe…senza precisare che a pagarle sono sempre i soliti noti…per il resto l’Italia continua ad essere, come dice il Prof. Lupi, un vero paradiso della ricchezza nascosta ed un inferno per qella dichiarata).
Osservo infine che e intuizioni del Prof. Lupi contenute in queto post, sul fatto che il comportamento di molti contribuenti (con qualche rigidità amministrativa sul lato dei costi ma meno rigidi sul lato dei ricavi e degli incassi) è quello di far emergere contabilmente e documentare solo quel tantum di ricavi appena sufficienti a coprire i costi ed avere una pò di base imponibile (sia fini dei redditi che Iva) appena positiva (nelle migliori delle stuazioni) -grazie anche gli studi di settore che fungono da minimo deterrennte in tal senso – sembra trovare perfetta corrispondenza, sul piano quantitativo (ma non poteva essere altrimenti) anche con una analisi quantitive fatta da due bravi economsti un pò di tempo fa sul sito “lavoce” (“Evasori in equilibrio” …..http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000491-351.html) dove si faceva vedere con estrema chiarezza che dalla analisi dei dati emergeva che “E’ come se ciascun agente osservasse l’aliquota richiesta dal governo, decidesse qual è quella tollerabile e adattasse il reddito dichiarato in modo da ottenere l’aliquota desiderata sul reddito effettivo”..
Tal tale risultato, colto acutamente dai due economicsti, come lo si ottiene a livelo pratica? Ebbene, proprop come ci spiegava, sin da i tempi dell’università il Prof. Lupi nei suoi manuali di parte generale degli anni 1990, e cioè: quando i costi sono rigidi e in chiaro, occultando i ricavi e facendone meregere quel minimo di ricavi che basta per avere la tassazione che uno ritiene tollerabile; laddove, invce, sono i ricavi ad essee rigidi (nel senso ben noto) aumentando artificialmente i costi (dalle fatture false, ai finti costi per fatture da ricevere, alla deduzione di spese personali fatturate alla società, ai semplici errori di digitazione in dichirazione, fino al transfer pricing e alle trinagolazioni con i paradisi fiscali per i gruppi più strutturati)….un pò come sempre…
In definitiva quello che dovrebbe cambiare è, a mio giduizio, non solo la nostra capacità di comprendere la evasione (che ha raggiunto ormai un buon livello) ma unicamente la capacità del sistema dei controlli fiscali di intercettare in modo efficace questi fenomeni e non tollerali più (senza, si badi bene, criminalizzarli ma semplicemente andadogli a richiedere le imposte dovute e poi riscuoterle in modo efficace). Nulla di piu.
Buona domenica
GG
Scritto il 15-11-2010 alle ore 13:07
In Inghilterra, Francia Germania etc. abbiamo un tessuto economico maturo; in Italia quando va bene c’è il padroncino.
Di norma anzi c’è solo un rapporto one to one tra l’autonomo titolare di impresa ed un cliente finale. “Sconto o fattura” è la proposta che spesso si sente fare il consumatore, per il quale l’IVA non è che un fastidioso 20% in più sul prezzo di acquisto.
Fatte le opportune indagini geografiche, l’unica possibilità per il Fisco di recuperare l’IVA è di “andare e vedere”, valutando sul campo ed in contraddittorio col contribuente una ricostruzione plausibile del fatturato IVA. Un Fisco valutatore può aiutare, un Fisco vendicatore dei torti rischia di fare altri danni, e di esacerbare ulteriormente gli animi.
Scritto il 15-11-2010 alle ore 14:20
‘l’unica possibilità per il Fisco di recuperare l’IVA è di “andare e vedere”, valutando sul campo ed in contraddittorio col contribuente una ricostruzione plausibile del fatturato IVA’. Concordo, sul piano puramente teorico però: xkè la prassi delle c.d. ‘verifiche’ e spesso anche degli accertamenti per adesione ha portato sinora a risultati abbastanza contraddittori
ps ma invece di tanti, pur interessanti convegni sparsi per l’Italia, xkè nn insistere (ed investire..) di più sulla Formazione del personale dell’Ammin.ne Finanziaria?? Personalmente, la questione mi motiva solo a livello di semplice dibattito, avendo ormai ‘sincronizzato’ il pensionamento su quello degli ultimi ‘vecchi’ (?) funzionari delle Entrate_ Au revòir
Scritto il 15-11-2010 alle ore 20:44
Volevo intervenire nel dibattito per contribuire nella elaborazione di soluzioni alla situazione in cui siamo. Alcuni dicono che il tessuto nostrano non è maturo e che per lo più è fatto da piccoli. Si vuole dare un giudizio di merito oppure è forse bene che ce ne facciamo una ragione e magari ci si deve sforzare a trovare un sistema fiscale “autonomo” rispetto al resto dell’europa e adatto alla situazione economica che ci troviamo.!? La mia impressione è che si dia troppa importanza alla precisione della contabilità alla certezza del diritto nel comparto fiscale alla continua ricerca della ideale capacità contributiva quando le azienda nella realtà dei fatti magari vedono l’iva (nel non versarla) il loro vantaggio competitivo, il motivo dell’ essere ancora sul mercato. Modificare tale tessuto economico non è fattibe dalla sera alla mattina e a me pare anche dannoso affrontarlo di petto come si stà facendo con la continua inversione dell’onere della prova, della continua criminalizzazione dell’universo p.iva perchè se è così l’economia in italia rispeto alla francia o alla germania ci sarà pure un perchè…! Si deve prima studiarne le dinamiche e le leggi che la governano questa economia e sulla base di queste prendere i provvedimenti. Iniziare dall’Iva mi pare di alto buon senso, visto che è un costo e visto che se è considerato un costo “discriminante” vuole dire indirettamente che il mercato non lo assorbe per il suo ammontare ma solo in parte. Se è così l’iva rappresenta un peso per le classi meno agiate e in percentuale molto meno per le più agiate che mai come da noi si tutelano per il proprio patrimonio acquisito in modo più o meno legale con immobiliari, trust, fondi patrimoniali ecc….,il tutto contro la circolazione della ricchezza e a favore della sua accumulazione. In sostanza dire che alla riduzione delle imposte indirette si dovrebbe associare una maggiore propensione al consumo non è sbagliato visto che i più abbienti non modificano il loro stile di vita mentre i meno abbienti si, potrebbero farlo. Se così è la partita la si sposta sulle dirette e sul reddito che a me pare per tutta una serie di motivi, più difficile da occultare, penso alle dimensioni della azienda che si struttura in funzione della domanda del mercato, al numero degli addetti e a tutta una serie di altre evidenze difficili da mascherare. A questo punto l’ultimo tassello è l’abbandono della ricerca scentifica della effettiva capacità contributiva costi quel che costi.., a favore di una equa forfettizzazione del reddito e lasciare alle aziende più strutturate (quelle che vogliono fare il salto di qualità che serve per competere su certi mercati)principi come la ceretzza della contabilità ecc…ecc…ecc! Temo che se non andiamo verso questa strada e unitamente a questo la costante volontà di riduzione di sprechi e alleggerimento della macchina pubblica non si ottiene gran che.
Scritto il 16-11-2010 alle ore 10:18
Giuseppe, la circolare dell’agenzia sui controlli che tu citavi mi pare molto generica . l’ho scorsa me non vedo quegli spunti interessanti di cui ti parlavi e che ti sarei grato mi segnalassi…Certo, l’agenzia capisce più dell’accademia avvocatesca, sta in trincea, però si vede che sistematizzare i concetti non è il suo mestiere..se lo sapessero fare sarebbe un di più, che neppure possiamo pretendere Perchè loro lavorino bene occorre che inesistenti studiosi gli preparino il terreno, o meglio lo preparino a tutta l’opinione pubblica. Altrimenti la società gira a vuoto su questo argomento e continua a pensare che ci sia un problema di “lotta all’evasione” balle!!!! c’è un problema di richiesta delle imposte, dove le aziende non arrivano o mentono. La ricchezza nascosta al fisco corrisponde a 120 miliardi di imposte? Magari!!! Ho ragionato sulle stime da cui vengono fuori i 120 miliardi, e secondo me, estendendo quella metodologia, sono molti di più!! Ma ci faremo un articolo su Dialoghi, o un post su questo blog…
Davide e Rosario, avere ragione da vendere, ma devo tornare al mio libro…
Scritto il 16-11-2010 alle ore 10:23
Giuseppe, la circolare di cui dicevi mi sembra ignori del tutto il problema di quali siano i settori aziendali in cui si può trovare la ricchezza nascosta….E’ un onesto linguaggio tipico della PA italiana, con frasi tipo “Occorre pertanto proseguire negli stessi termini, valorizzando in misura sempre
maggiore la portata dissuasiva del tutoraggio, modello evoluto di controllo che trova
corrispondenza nelle migliori pratiche internazionali e va nella direzione di un progressivo
e tendenziale innalzamento del grado di adempimento spontaneo da parte di questo
importante segmento di contribuenti.”
Si parla di “adempiemnto spontaneo nei confronti dei grandi contribuenti?” ma che fanno il nero sulle vendite o mettono lì fatture false?
Sono fenomeni di cui la circolare non parla neppure per le medie imprese dove gli indicatori di rischio sono rapporti con soggetti non residenti in cui si possa ravvisare la presenza di specifici profili
di rischio;
• operazioni infragruppo;
• crediti IVA utilizzati in compensazione ovvero riportati al successivo periodo di
imposta, di importo significativo che si presentino anomali in rapporto ai dati dichiarati
ed in relazione all’attività svolta;
• ingenti oneri finanziari (anche ai fini del controllo della thin capitalization e del prorata
patrimoniale);
• oneri straordinari o costi per servizi particolarmente elevati;
• anomale variazioni ed oscillazioni di fatturato nel breve e medio periodo.
Certi passaggi del linguaggio amministrativo delle nostre pubbliche amministrazioni ricordano questo sito internet http://www.sandrodiremigio.com/giochi/generatore_frasi_senza_senso.htm
Scritto il 16-11-2010 alle ore 12:03
“La mia impressione è che si dia troppa importanza alla precisione della contabilità alla certezza del diritto nel comparto fiscale alla continua ricerca della ideale capacità contributiva quando le azienda nella realtà dei fatti magari vedono l’iva (nel non versarla) il loro vantaggio competitivo, il motivo dell’ essere ancora sul mercato. Modificare tale tessuto economico non è fattibe dalla sera alla mattina e a me pare anche dannoso affrontarlo di petto come si stà facendo” Ben detto Davide!
“la prassi delle c.d. ‘verifiche’ e spesso anche degli accertamenti per adesione ha portato sinora a risultati abbastanza contraddittori” Anche rraudino ha ragione da vendere: finchè l’adesione sarà vista dagli avvocati come un espediente dilatorio (cfr. quello che si vuole introdurre ora nel processo civile con la conciliazione obbligatoria e la mediazione) e dagli Uffici come un semplice pro forma (perchè è comprensibile che se non si può o non si vuole valutare, diventa tutto una clausola di stile), l’unico “contraddittorio” sarà proprio il risultato.
Non parliamo poi di verifiche, dove se non si chiude con un rilievo scatta automatico il pensiero di contropartite occulte (vedi però le recenti dichiarazioni distensive di Befera http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefeconomica/View.aspx?ID=2010110817098139-1).
Scritto il 17-11-2010 alle ore 23:47
Ciao Raffaello, ho provato a rileggerla la circolare , nonché’ gli altri documenti di prassi e di indirizzò richiamati al suo interno, e la sensazione che ne ricavo e’ che vi e’ precisa consapevolezza delle tematiche di cui abbiamo discusso. All’evidenza in un documento pubblico e di indirizzò non ci fanno sapere, e non ci sarebbe neanche spazio per farlo (non essendo peraltro, come dici tu, loro compito fare divulgazione e sistematizzazione scientifica) quali sono i risultati di queste loro analisi interne di rischio suddivise per settori, tipologie diversificate di contribuenti, fenomelogie evasive, etc…….. ma e’ chiara, almeno a mio modestissimo e certamente opinabile giudizio, la sussistenza di questa consapevolezza metodologica.
Sullo stile del linguaggio si può’ poi discutere…..ma tutto sommato mi sembra, che anche grazie ai tuoi lavori, certi concetti inizino a “girare” e farsi pratica operativa dei controlli….rispetto alla vecchia malsana logica dell’estrazione meramente a campione dei contribuenti da controllare
GG
Scritto il 21-11-2010 alle ore 16:34
Certo rispetto alla lotteria pura e semplice …però siamo davvero lontanucci dalla consapevolezza che in una azienda ci possono essere punti di forza per il fisco, troppo rigidi per evadere vista la presenza di dipendenti, e punti di debolezza, in cui decidono il titolare e i suoi fiduciari..ad esempio i software che saltano una fattura su dieci? O quel furbone che semplicemente dimezzò’ l’utile di bilancio inserito nella dichiarazione rispetto a quello del bilancio civile, per non parlare di chi fattura e non registra. O di chi si intasca le note credito dei fornitori, e magari vende le differenze inventariali la domenica mattina a quelli dei mercatini? Chiunque faccia un minimo di professione, o abiti anche negli uffici, ne ha viste o sentite di cose….
http://www.youtube.com/watch?v=9UVhl8t3Tu8
rispetto alle quali la circolare è decisamente inadeguata…tutto qui..
Scritto il 28-11-2010 alle ore 22:36
Epitaffio: il convegno c’è stato: è cominciato alle 9.30 ed è andato avanti fino all’una senza break. Molto meglio dei convegni strutturati sulle ordinarie relazioni che si possono leggere a casa. Sul sito della fondazione telos e della fondazione studi tributari si potrà trovare un resoconto del convegno.