14 luglio 2009

Sui dati delle dichiarazioni meno moralismo e più trasparenza

L’amico (e familiare!) Claudio Carpentieri, responsabile fiscale CNA, mi ha fatto notare ieri che il sito del ministero dell’economia ha messo in linea da qualche tempo una vera e propria miniera di dati relativi alle dichiarazioni fiscali.

Il sito è il seguente http://www.finanze.it/stat_complete/imprese/tabelle.htm, ed opportunamente non vi è stata riportata l’analisi per codici attività, in modo da non innescare le consuete sarabande moralistiche stile “dagli all’untore” su quanto poco guadagnano i tassisti, i gioiellieri etc.. .

Non che guadagnino tanto, intendiamoci, anzi dichiarano pochissimo, come trent’anni fa, ma gettare scandalisticamente il mostro in prima pagina non serve a nulla. Anzi alimenta quel circuito di recriminazioni sociali in cui alla fine la tassazione analitica cannibalizza se stessa, creando “l’inferno del dichiarato“.

Tuttavia ce n’è abbastanza per capire che la capacità economica emerge dalla rigidità organizzativa delle aziende, e a buon diritto la chiamo “tassazione analitico aziendale“: basta vedere che 11 mila soggetti su oltre 4 milioni dichiarano oltre la metà dei corrispettivi totali ai fini IVA. Che seimila soggetti su oltre 4 milioni dichiarano il 70 percento dei redditi aggregati e via enumerando.

Non perchè sono “buoni”, ma perchè sono “rigidi” e nella misura in cui sono rigidi, come diminuendo le dimensioni , gradualmente la tanto decantata flessibilità delle “PMI” italiane si riflette anche in una flessibilità “fiscale“.

Del resto le tasse si pagano quando qualcuno le richiede, non ci sono onesti, nè disonesti, ed innescare questo circuito di recriminazioni alla fine porta proprio a concentrare i controlli sul regime giuridico del dichiarato….a far presumere “più dichiari più evadi” , come se avesse un senso fare gli studi di settore all’Eni (vedi il prossimo articolo per dialoghi sul tutoraggio …”chi fa il tutoraggio a chi”?).

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4 Commenti a “Sui dati delle dichiarazioni meno moralismo e più trasparenza”

  1. mauro scrive:

    Grazie per la segnalazione. Mi domando se non sarebbe più profiquo riformare il sistema di tassazione dei piccoli introducendo sistemi spinti di catastizzazione, come tante volte ci siamo detti che avviene in Spagna (ove fra l’altro il bilancio dello stato diventa a valori standard), piuttosto che continuare con la pantomima degli studi di settore ed il loro valore probatorio che si assomiglia, che terrà banco, se si continua su questa strada, ancora per diversi anni. D’altronde, la strada da te intuita e ben spiegata, delle segnalazione in sede di erogazione dei redditi e dell’impossibilità di far del nero quando fatturi a grandi strutture, non sarà mai traslabile sui piccoli autonomi.

  2. Raffaello Lupi scrive:

    Perchè dici che “D’altronde, la strada da te intuita e ben spiegata, delle segnalazione in sede di erogazione dei redditi e dell’impossibilità di far del nero quando fatturi a grandi strutture, non sarà mai traslabile sui piccoli autonomi”..se vuoi dire che non è traslabile sui piccoli importi ok (non facciamo segnalare l’acquisto della cancelleria…), se vuoi dire che non funziona quando il cliente è una piccola impresa ok, ma perchè non dovrebbe funzionare quando un grande paga un artigiano per una somma annua complessiva superiore, diciamo, a mille euro?

  3. duccio donati scrive:

    Sarebbe a dire perché non mettiamo le ritenute anche sui redditi di impresa ? In fondo per molti mestieri la distinzione con il lavoro autonomo è molto labile ….
    Oppure ti richiami al sistema delle detrazioni sui costi?

  4. Raffaello Lupi scrive:

    Si Duccio, è proprio quello che scrivo sull’altro post intitolato “dalle ritenute alle segnalazioni”. Chiaramente non si può trasferire di peso una ritenuta del 20 percento sui ricavi di chi ha un valore aggiunto molto minore. O si fa una ritenuta diversificata, tipo gli agenti di commercio a seconda che abbiano deposito, collaboratori, etc.., o si mette una mera segnalazione, ma ne parliamo anche su Dialoghi 4 -2008

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